venerdì 16 novembre 2012

Imprenditori dei miei co...

Avvertenze: questo post è uno sfogo e potrebbe avere una sintassi confusa.


Periodo di colloqui di lavoro.
Tralasciamo per un attimo il fatto che di cento curriculum che uno invia-spedisce-consegna a mano, mediamente si riesce a ricevere risposta a circa due e che, ora come ora, c'è poco da essere "choosy" (disgusto profondo per quelle persone che usano una banale e inutile parola inglese quando la ricchezza della lingua italiana permette sfumature e definizioni più precise e comprensibili, soprattutto se rappresenti lo stato italiano) perché l'importante è "trovare da sopravvivere".
Ora quello che proprio non sopporto è che, una volta che arrivi al colloquio, la persona che ti siede davanti, prima di tutto deve venderti (no persone, no lavoratori, no cittadini: sempre e soltanto clienti) il loro "esclusivo" sistema di lavoro come se fosse infallibile, il migliore, come se tutto il resto del mondo non funzionasse a dovere perché non ha capito quello che hanno capito loro, passando i primi venti minuti (senza neanche chiederti come ti chiami) a dire che loro sono come una grande famiglia dove ci sono infinite (ma forse intendeva infinitesimali) possibilità di crescita e dove il duro impegno e la formazione (prima o poi scriverò qualcosa su questa fantomatica formazione fatta di citazioni prese a caso dal libro di Steve Jobs) porta a sicuri risultati economici. Poi ti fanno credere che fuori dalla porta ci siano schiere di persone che non vedono l'ora di poter prendere quel posto (cosa che forse è vera solo perché non hanno ancora capito di che si tratta) e che tu dovresti essere grato al titolare per questa opportunità che potrebbero darti.
Il punto è che non sempre quando ti offrono una tazza ripiena di una sostanza marrone e fumante si tratta di cioccolata. Alle volte bisogna anche declinare gentilmente l'invito (va bene dire anche che si è allergici) per evitare di ritrovarsi a mangiare merda e dover pure ringraziare per la generosa offerta.
Tutto questo per dire ai miei cari "impreditori" da strapazzo che se vogliono fare impresa devono saper anche affrontare una cosuccia da poco che si chiama RISCHIO D'IMPRESA e non pensare di scaricare i loro problemi costringendo i loro DIPENDENTI ad aprire una partita iva e pagandolo a provvigioni (meglio cottimo). Il titolo di libero professionista non l'ha richiesto nessuno di loro. Vi assicuro che non c'è interesse in ciò. Soprattutto se ciò non corrisponde a una reale maggior libertà d'azione e indipendenza nel fare il lavoro proposto o a poter arrivare e andarsene dall'ufficio quando meglio si crede.
Cari pseudoimprenditori dei miei coglioni, siete patetici e vi auguro che presto qualcuno (forse io) vi smascheri una volta per tutte lasciandovi solo montagne fumanti di quello sterco che per anni avete proposto a chi vi si avvicinava.

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